“Great Resignation” è il termine che Anthony Klotz, professore di Management alla Mays Business School del Texas, ha usato per raccontare il fenomeno che sta dilagando negli Stati Uniti ma non solo: un record di dimissioni registrate da marzo 2021.

Iniziamo con qualche dato per capire l’entità di ciò che sta succedendo: più di 19 milioni di lavoratori statunitensi (numero destinato ad aumentare) hanno lasciato il lavoro dall’aprile 2021, un ritmo record che sta sconvolgendo le aziende di tutto il mondo. Secondo una ricerca condotta da McKinsey, su 5774 dipendenti il 36% ha affermato di essersi licenziato nel periodo tra aprile e settembre 2021 senza avere tra le mani un altro lavoro, mentre il 18% ha dichiarato di aver intenzione di licenziarsi nei prossimi mesi.

Anche se in Italia non è stata ancora coniata un’espressione ad hoc per descrivere il fenomeno Great Resignation o Big Quit, quest’ultimo sta investendo anche il nostro Paese, sebbene in una maniera differente, data la diversità del mercato del lavoro italiano rispetto a quello statunitense.

Che una grande parte dei dipendenti in Italia, Stati Uniti, Canada, Australia e Regno Unito sia sul punto di lasciare volontariamente il proprio lavoro o abbia rassegnato le dimissioni per dare inizio a nuovo lavoro o per cambiare vita, è però un dato di fatto: perché sta succedendo tutto questo? Cerchiamo di capirlo nei prossimi paragrafi.

Le possibili cause delle grandi dimissioni

Sebbene non esistano cause univoche del fenomeno, alcuni studi, tra cui la ricerca condotta da McKinsey, hanno tentato di capire le motivazioni più profonde che hanno spinto numerosi lavoratori a lasciare il proprio lavoro dopo la pandemia.

Sono 3 le cause individuate dalla ricerca che hanno spinto e stanno spingendo i dipendenti statunitensi a chiedere le dimissioni:

  1. La possibilità di abbandonare lo smart working e ritornare in ufficio.
  2. La mancanza di un senso di appartenenza all’organizzazione.
  3. La ricerca di percorsi di carriera con migliori prospettive.

1. La possibilità di abbandonare lo smart working e ritornare in ufficio

Lo sappiamo tutti che la pandemia ci ha costretto fino ad ora e tuttora allo smart working, una modalità che, sebbene già in parte sperimentata, non è stata fin da subito accettata e ben voluta.

Eppure, da obbligo a piacere è stato un attimo: lavorare da casa ha aperto, infatti, nuove prospettive a tutti i dipendenti abituati a stare tutto il giorno in ufficio, permettendo loro di apprezzare una nuova normalità.

Avere più tempo per se stessi, per mangiare cibo sano, pranzare con la famiglia e persino fare il bucato durante la giornata, è stata la nuova vita che tutti, pian piano, hanno cominciato ad apprezzare.

E se ora il pericolo Covid sta rientrando e ci chiedono, quindi, di ritornare alla vecchia normalità? “No, grazie!” è la risposta che ha dato il 45% degli intervistati, sottolineando la necessità di prendersi cura della famiglia come fattore che ha influito sulla decisione.

2. La mancanza di un senso di appartenenza all’organizzazione

I dipendenti, e forse anche qui c’è lo “zampino” della pandemia, sentono il bisogno di sentirsi emotivamente coinvolti, danno cioè priorità più ai fattori relazionali che transazionali. Che cosa significa?

Il 51% degli intervistati da McKinsey ha messo in evidenza il fatto di non sentirsi apprezzati e considerati dai datori di lavoro che, alla notizia delle loro dimissioni, hanno pensato bene di proporre loro un aumento di stipendio.

Si è trattata di una mossa evidentemente sbagliata, poiché ai dipendenti che vogliono dare priorità alle relazioni e alla creazione di rapporti validi e significativi con i datori di lavoro, questi ultimi hanno risposto con delle “semplici transazioni”.

3. La ricerca di percorsi di carriera con migliori prospettive

Sebbene in una percentuale nettamente inferiore, un’altra motivazione che sta spingendo i dipendenti a lasciare il lavoro è la ricerca di percorsi di carriera con migliori prospettive. Come affermato dagli stessi datori di lavoro, i dipendenti non sono soddisfatti e vogliono percorsi di carriera con opportunità di sviluppo, cercandoli in altre organizzazioni, diverse da quella in cui lavorano. Tra le motivazioni per cui i lavoratori rassegnano le dimissioni nel 2021, quindi, c’è la ricerca di un nuovo lavoro.

Le grandi dimissioni in Italia

Anche in Italia il fenomeno delle “grandi dimissioni” sta dilagando. Il secondo trimestre del 2021 ha registrato un aumento considerevole del numero di contratti terminati a causa di 484 mila dimissioni avvenute solo tra aprile e giugno 2021. L’incremento del numero di dimissioni tra aprile e giugno rispetto al trimestre precedente è del 37%, una crescita che raggiunge l’85% se si fa il paragone con il secondo trimestre del 2020.

Per quanto riguarda le motivazioni che hanno mosso i lavoratori italiani ad abbandonare il lavoro ci sono la necessità di avere maggiore flessibilità sul luogo di lavoro e il desiderio di avere una carriera più soddisfacente.

In particolare, come evidenziato da Sergio Sangiorgi del gruppo “Psicologia del lavoro” dell’Ordine degli psicologi dell’Emilia Romagna, i dipendenti cercano la soddisfazione e il benessere personale, soprattutto dopo lo smart working potenziato nell’ultimo anno: avere una maggiore discrezionalità, poter decidere più attivamente la propria attività lavorativa ha evidenziato che i ritmi sostenuti fino a un anno fa potevano avere altre connotazioni ed essere cambiati.

Lavorando da casa ho avuto più tempo per me. Dopo aver trascorso gli ultimi 10 anni a comprare cibo già cotto, perché non avevo tempo neanche per fare la spesa, ho iniziato a mangiare più sano. A fare la lavatrice con regolarità, senza essere costretto ad aspettare che arrivasse il cumulo da riservare al weekend. Il giorno libero diventava il giorno delle pulizie, non quello dello svago. So che possono sembrare questioni di poco conto, ma per me non è stato così. Ho iniziato ad avere una regolarità nella mia vita, non più fatta solo di lavoro, della totale abnegazione in sua funzione. Senza più neanche il tempo di maturare in altro modo, di leggere. E quando il mio capo ha annullato tutto questo, chiedendo nuovamente la presenza costante in ufficio, io non ero più disposto a rinunciarci.

Questa è la testimonianza ad Huffpost di Paolo, avvocato 34enne che attualmente è in cerca di un lavoro più in linea con la sua nuova vita e le sue esigenze. Come Paolo, tanti altri.

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