Pubblicato il: 21 Gennaio 2026 alle 10:16

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L’evoluzione della fiducia professionale nell’era dell’intelligenza artificiale

Nel contesto attuale, la fiducia dei lavoratori italiani nelle proprie competenze professionali si trova al centro dell’attenzione, soprattutto alla luce dei risultati resi noti dal Global Talent Barometer di ManpowerGroup. Questa ricerca, condotta in 19 paesi su un campione di oltre 13.000 partecipanti, evidenzia per il 2026 una diminuzione di 7 punti percentuali nella sicurezza personale riguardo alle proprie capacità a livello globale, passando dal 75% del 2025 al 68% attuale.

Il calo si collega direttamente alla crescente diffusione di nuove tecnologie e all’importanza acquisita dall’intelligenza artificiale in numerosi settori. Nonostante ciò, una quota poco superiore al 60% dei lavoratori afferma di valutare positivamente il proprio impiego e di non desiderare un cambiamento lavorativo nei prossimi mesi.

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Nei paesi oggetto dello studio, la transizione verso una maggiore automazione e digitalizzazione sta generando un senso di incertezza gestionale tra i dipendenti più senior, mentre i dati sottolineano come solo alcune fasce della popolazione lavorativa manifestino una reale volontà di porsi in discussione rispetto a nuove competenze tecnologiche.

In tale scenario diventa fondamentale il tema dell’employability, che può essere potenziata anche attraverso una strategia di employability e occupabilità mirata e aggiornata.

Il caso Italia: una fiducia sopra la media europea

Il focus specifico sull’Italia mostra che la percezione di fiducia nelle competenze da parte dei lavoratori risulta significativamente superiore rispetto alla media globale. Ben l’85% degli intervistati italiani si considera competente e preparato per svolgere le proprie mansioni attuali.

Contestualmente, il 71% ritiene di disporre di opportunità reali per acquisire nuove abilità all’interno della propria azienda, mentre il 56% si sente fiducioso sulle proprie chance di progresso di carriera nel breve e medio termine. Questo dato riflette non solo una migliore preparazione, ma anche una cultura del lavoro in cui l’autoefficacia e l’adattamento risultano ancora centrali.

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Tuttavia si nota una significativa contrazione per quanto riguarda la fiducia nell’utilizzo di tecnologie recenti, con un calo dal 80% al 61% in pochi anni, complice la percezione di non essere aggiornati rispetto alle più recenti competenze richieste dall’ambito AI e digital.

I profili a bassa specializzazione registrano i livelli più bassi di fiducia (51%), mentre tra i boomer e la Generazione X le percentuali scendono rispettivamente al 42% e 56%. Questo gap generazionale riflette la necessità di un rafforzamento delle strategie di formazione continua nelle imprese.

Formazione e digital transformation: la centralità dell’aggiornamento

Secondo Anna Gionfriddo, amministratrice delegata di ManpowerGroup Italia, il Global Talent Barometer si propone come strumento per aiutare organizzazioni e istituzioni a comprendere in profondità il rapporto tra persone e ambiente professionale. Dallo studio emerge con chiarezza che, nonostante l’apprezzamento diffuso per il proprio lavoro e una generale soddisfazione, il vero ago della bilancia diventa la capacità di adattarsi a nuove tecnologie.

Non a caso, oltre il 50% del campione italiano dichiara di non aver partecipato recentemente a programmi di formazione (57%) o di mentorship (72%) in tema di AI e digital transformation. Questa lacuna può costituire un freno sia alla crescita personale sia al mantenimento del vantaggio competitivo delle aziende nel mercato globale.

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Per assicurare una transizione efficace e ridurre la percezione di incertezza, diventa sempre più cruciale investire in percorsi formativi strutturati, su misura per tutte le fasce di età della popolazione attiva. Un simile approccio è correlato in modo diretto all’importanza del networking come catalizzatore di competenze e crescita professionale.

Le aziende italiane che scelgono di scommettere su formazione e mentoring possono, di conseguenza, aumentare la resilienza e la adattabilità della propria forza lavoro.

Benessere organizzativo, burnout e ruolo delle soft skills

Un altro aspetto indagato dalla ricerca riguarda il benessere organizzativo e la percezione di sicurezza lavorativa. Secondo i dati raccolti, il 78% dei lavoratori italiani riconosce come significativo il proprio lavoro, mentre il 69% si identifica nei valori aziendali e ben il 62% si sente supportato nel raggiungimento di un equilibrio tra vita privata e professionale.

Nonostante queste note positive, una percentuale di oltre il 56% dichiara di aver sperimentato di recente situazioni di burnout, imputate per il 27% a stress costante e per il 18% a carichi di lavoro eccessivi. Il ruolo dei manager emerge come determinante: il 61% si sente tutelato rispetto alle opportunità di crescita professionale dai propri superiori, mentre il 65% si dichiara sicuro riguardo al proprio impiego attuale.

La capacità di valorizzare le soft skills viene riconosciuta come un elemento sempre più centrale per il benessere collettivo e la soddisfazione personale. In parallelo alla digital transformation, lavorare su questi aspetti può aiutare sia a contrastare fenomeni come il burnout sia a incentivare la motivazione individuale. È proprio in questa prospettiva di crescita integrata che strategie mirate di inserimento delle soft skills nel CV assumono un ruolo chiave.

Da segnalare inoltre che il 94% dei candidati e delle candidate ritiene fondamentale che il proprio curriculum vitae sia valutato da una persona reale e un 91% preferisce un confronto diretto con una figura umana nella fase di selezione, a testimoniare quanto il rapporto umano resti centrale anche nell’epoca dell’AI.

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