Pubblicato il: 25 Marzo 2026 alle 17:55

Questo articolo è il settimo di una serie di dieci contenuti dedicati all’orientamento dei giovani NEET, pensata per operatori del terzo settore, orientatori dei Centri per l’Impiego e counselor scolastici e universitari. Dopo aver esplorato le tecniche motivazionali, questo capitolo affronta un nodo spesso sottovalutato: il lavoro sull’identità professionale nei giovani che non hanno mai avuto un’esperienza lavorativa strutturata.
Il problema dell’identità
Uno dei nodi più profondi del lavoro con i NEET, spesso sottovalutato, è la questione dell’identità professionale. Chi non ha mai lavorato, o ha solo esperienze brevissime e discontinue, non ha costruito un’immagine di sé come lavoratore. Non sa rispondere alla domanda “chi sono professionalmente?” perché non ha ancora una visione chiara.
Questa mancanza di identità professionale si manifesta in comportamenti concreti: CV impossibili da compilare, blocco durante i colloqui di selezione, incapacità di descrivere le proprie competenze, rifiuto di candidarsi perché “non ho niente da offrire”. Lavorare sulle soft skill è un punto di partenza utile, ma con i NEET il lavoro deve andare più a fondo: bisogna aiutare il giovane a riconoscere che possiede già competenze, anche senza averle mai esercitate in un contesto lavorativo formale.
Le fonti nascoste di identità professionale
Ogni NEET ha già una storia di competenze, anche se non le riconosce come tali. Il lavoro dell’orientatore è fare da traduttore: aiutare a nominare e valorizzare ciò che già c’è.
| Esperienza informale | Competenza professionale traducibile |
|---|---|
| Ha accudito un genitore anziano o malato | Assistenza alla persona, gestione dello stress, empatia, comunicazione con professionisti sanitari |
| Ha gestito i social di un’attività familiare | Social media management, content creation, community management |
| Ha giocato online o fatto streaming | Problem solving, pensiero strategico, gestione della comunità, competenze digitali |
| Ha aiutato in un’attività commerciale familiare | Customer service, gestione cassa, inventario, relazione con i clienti |
| Ha allevato fratelli più piccoli | Leadership, gestione di conflitti, organizzazione, insegnamento |
| Ha fatto volontariato, anche saltuario | Teamwork, orientamento agli obiettivi, responsabilità sociale |
| Ha viaggiato o vissuto all’estero | Adattabilità, competenze linguistiche, problem-solving in contesti sconosciuti |
L’orientamento narrativo: raccontare per capirsi
L’orientamento narrativo (Savickas) parte dal presupposto che il modo in cui una persona racconta la propria storia rivela i temi ricorrenti, i valori e le direzioni di senso della sua vita professionale. Applicato ai NEET, si traduce in esercizi di narrazione autobiografica.
Esercizio: le tre storie
- Chiedi al giovane di raccontare tre momenti della vita (anche scolastica, familiare, di gioco) in cui si è sentito “nel suo elemento”, capace, soddisfatto
- Ascolta i temi ricorrenti: quali azioni, quali contesti, quali relazioni compaiono spesso?
- Aiutalo a costruire una “frase di missione” provvisoria: “Mi sento me stesso quando… e questo si collega a…”
Esempio di lavoro narrativoMarco, 24 anni, 3 anni NEET. Nel racconto delle sue tre storie emerge: ha aiutato il nonno a restaurare mobili antichi, ha guidato un gruppo di amici in un viaggio improvvisato, ha risolto un problema tecnico del computer per i vicini di casa. Temi ricorrenti: lavoro con le mani, problem solving, aiutare gli altri, leadership informale. Direzione orientativa: artigianato tecnico, riparazione, mestieri manuali specializzati, assistenza tecnica. Da “non so fare niente” a una direzione di esplorazione concreta. |
SCHEDA 05 | Template piano d’azione individuale (PAI)Sezione A: chi sono (identità provvisoria)
Sezione B: dove voglio arrivare (obiettivo a 6-12 mesi)
Sezione C: il percorso (micro-obiettivi mensili)
Sezione D: risorse e supporti
Sezione E: prossimo passo (questa settimana)
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Jobiri AI: come supporta questa fase
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Conclusioni
Il lavoro sull’identità professionale non è un percorso lineare: è un processo di scoperta progressiva che richiede tempo, strumenti e un orientatore capace di stare nell’incertezza senza accelerare. La “frase di missione” che emerge dall’esercizio delle tre storie non è un punto di arrivo: è un punto di partenza abbastanza solido da cui cominciare a esplorare in modo orientato.
La tabella delle competenze informali traducibili è uno degli strumenti più potenti a disposizione dell’orientatore, proprio perché trasforma la narrazione del giovane (“non ho fatto niente di utile”) in una mappa di risorse reali. Usarla con cura, senza forzare traduzioni poco credibili, costruisce autoefficacia in modo genuino.
Il prossimo capitolo affronta un tema che molti orientatori trovano tra i più difficili da gestire: le resistenze familiari e il rischio di drop-out. Scopri come riconoscere i segnali predittivi di abbandono e attivare il protocollo anti-drop-out prima che sia troppo tardi.
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CEO e co-fondatore di Jobiri, impresa innovativa che utilizza l’AI per facilitare l’inserimento lavorativo. Con oltre 15 anni di esperienza in management e leadership, Claudio è un esperto nella gestione aziendale e nelle tematiche di sviluppo organizzativo. La sua visione strategica e il suo impegno sociale fanno di lui un punto di riferimento nel settore.

