Pubblicato il: 27 Luglio 2026 alle 14:37

filo di arianna

Decine di incontri con docenti e dirigenti hanno riportato al centro una domanda antica quanto la scuola stessa: cosa significa davvero orientare uno studente

C’è una frase attribuita a Socrate che, in una delle prime tappe del percorso “Il filo di ArIAnna”, viene proiettata all’inizio dell’incontro, prima ancora di parlare di normative o di strumenti: la forma più alta e nobile di insegnamento è l’orientamento. Non l’ultima materia da aggiungere al carico già pieno di un docente, ma l’essenza di ciò per cui un insegnante esiste. Il miglior insegnante, si legge nella slide che apre ogni incontro, non fornisce nozioni e risposte, ma guida lo studente a trovare la propria strada, dandogli gli strumenti per comprendere se stesso e compiere scelte di vita consapevoli. È lo stesso principio che, secoli dopo, avrebbe ispirato Maria Montessori.

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È da questa idea, tutt’altro che scontata da riaffermare oggi, che parte il ciclo di webinar e workshop “Il filo di ArIAnna”, pensato per chi nella scuola si occupa di orientamento e di didattica orientativa, e che negli ultimi mesi ha raccolto la partecipazione di un numero crescente di docenti, dirigenti scolastici e referenti PCTO.

In questo articolo:

  • Il grido d’aiuto che arriva dalle aule
  • I numeri che nessuno può più ignorare
  • Il labirinto, il Minotauro, il filo
  • Cosa succede davvero durante gli incontri
  • Le domande più frequenti in aula
  • Fondi già stanziati, tempo che stringe

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Il grido d’aiuto che arriva dalle aule

Chi conduce gli incontri lo racconta con parole semplici, prendendo in prestito quelle degli stessi docenti raccolte nei mesi precedenti. Sono sola e senza strumenti, mi hanno detto occupatene tu e basta, ha raccontato una docente di un liceo scientifico. I docenti devono incastrare l’orientamento tra mille altre cose, le classi, le riunioni, i collegi docenti, ha aggiunto un dirigente scolastico. E poi la domanda che pesa più di tutte, arrivata da un docente di un istituto tecnico: i ragazzi usano l’intelligenza artificiale per tutto, come faccio a essere credibile se ho ancora in mano gli strumenti del passato?

Tre voci diverse, la stessa fatica. Non mancano la volontà o la sensibilità, in gran parte delle scuole italiane l’orientamento viene già preso sul serio. Manca il tempo per costruirlo bene, e mancano strumenti pensati per come si insegna e si impara oggi, non per come si insegnava dieci anni fa.

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I numeri che nessuno può più ignorare

Non è una percezione isolata di chi lavora in aula. Alcune inchieste giornalistiche uscite negli ultimi mesi restituiscono lo stesso quadro da un altro punto di osservazione, quello degli studenti. Un’indagine dedicata al rapporto tra giovani e orientamento ha mostrato che solo tre neodiplomati su dieci sanno davvero cosa fare dopo la maturità. Un’altra rilevazione, pubblicata a marzo di quest’anno, ha certificato che quasi la metà degli studenti italiani, il 42,7%, si dichiara insoddisfatta dell’orientamento ricevuto a scuola. Diverse testate hanno definito la questione un problema strutturale, non episodico.

Messi insieme, questi dati raccontano una cosa precisa: l’orientamento non fallisce per mancanza di intenzioni, fallisce quando resta un adempimento normativo invece di diventare un’esperienza che lo studente vive davvero. Ed è esattamente il divario che il percorso formativo prova a colmare, partendo non dagli strumenti, ma da un cambio di prospettiva.

Il labirinto, il Minotauro, il filo

Il nome del percorso non è un vezzo linguistico. Durante gli incontri viene raccontato il mito da cui prende il nome, e viene usato come chiave di lettura per tutto quello che segue. Il labirinto di Cnosso rappresenta la complessità del mondo di oggi, quello che uno studente di sedici anni deve orientare senza avere ancora gli strumenti per farlo da solo. Il Minotauro, che si aggira in quel labirinto, è l’incertezza e la difficoltà che paralizzano, quella sensazione di non sapere da che parte cominciare. Il filo che la principessa ArIAnna dona a Teseo non elimina il labirinto, e non uccide il Minotauro al posto suo. Gli permette di addentrarsi, affrontare la difficoltà, e ritrovare la via d’uscita senza perdersi.

È una metafora che, raccontata in aula, cambia il modo in cui i docenti guardano al proprio ruolo. Non tocca a loro togliere la complessità dalla vita di uno studente, né decidere al posto suo. Tocca a loro essere il filo, la guida che accompagna senza sostituirsi. Chi partecipa agli incontri lo definisce spesso il momento in cui l’orientamento smette di sembrare un ennesimo adempimento e torna a sembrare quello per cui molti hanno scelto di insegnare.

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Cosa succede davvero durante gli incontri

Il percorso si sviluppa su più momenti, pensati per non restare teoria. Ci sono ore dedicate a capire cosa significa mettere davvero lo studente al centro dell’apprendimento, e come ogni disciplina, possa diventare una leva di autoconsapevolezza e motivazione. Ci sono momenti pratici, in cui i docenti lavorano fianco a fianco su casi concreti, provando in prima persona attività che poi porteranno in classe, invece di limitarsi ad ascoltarle raccontare. E ci sono momenti laboratoriali, aperti anche agli studenti, in cui si lavora su sfide reali, dai percorsi post-diploma alle competenze richieste dal mercato del lavoro, fino ai possibili scenari di sviluppo personale e professionale di ciascuno.

Il filo conduttore di ogni fase è lo stesso, ribadito più volte durante gli incontri: la formazione che funziona non parte da uno studio teorico dell’intelligenza artificiale o dell’orientamento in astratto, ma da un problema concreto della didattica quotidiana. La formazione che si dimentica in fretta, al contrario, resta autoreferenziale, distante dalle discipline che i docenti insegnano ogni giorno, e finisce per aggiungere carico invece di alleggerirlo.

Le domande più frequenti in aula

Chi ha condotto gli incontri racconta che la parte più viva, quasi sempre, è quella delle domande. Non domande di circostanza, ma richieste puntuali, spesso poste da chi arriva scettico e finisce per restare fino alla fine a chiedere approfondimenti. Come si fa a portare l’orientamento dentro materie che apparentemente non c’entrano nulla, come matematica o scienze motorie? Come si distingue un’attività di orientamento efficace da un’ora buca mascherata da progetto? E soprattutto, la domanda che secondo chi conduce gli incontri torna più spesso di ogni altra: con quanto tempo in più, reale, un docente può fare tutto questo senza sacrificare il resto del programma?

È proprio attorno a questa domanda che si concentra la parte più seguita di ogni incontro, quella in cui si mostra come alcuni strumenti pensati apposta per la didattica orientativa possano lavorare al fianco del docente, non al posto suo, restituendo tempo invece di sottrarlo. Non a caso, è il momento in cui la sala, fisica o virtuale, si fa più silenziosa e più attenta.

Fondi già stanziati, tempo che stringe

C’è un ultimo elemento che rende questi incontri particolarmente tempestivi per chi si occupa di orientamento nella propria scuola. Il DM 328/2022 ha reso la formazione dei docenti sull’orientamento un’esigenza già centrale, non più opzionale. Il DM 219/2025, più di recente, ha messo a disposizione delle scuole risorse specifiche con cui questo lavoro può essere finanziato integralmente, sia per la parte formativa rivolta ai docenti sia per l’adozione di strumenti tecnologici dedicati alla didattica orientativa, come la soluzione digitale Jobiri utilizzata all’interno del percorso “Il filo di ArIAnna”.

In altre parole, le scuole non devono scegliere tra fare bene orientamento e trovare le risorse per farlo. Le risorse ci sono già, sono state stanziate proprio per questo, e restano in molti casi ancora da impegnare. Quello che serve, a questo punto, è capire come indirizzarle nel modo più utile per i propri docenti e i propri studenti, prima che la finestra si chiuda.

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Categorie: Formazione orientatori|tag = |
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