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L’irriducibile umano: immaginazione, etica e cura

L’adozione diffusa dell’intelligenza artificiale nei processi formativi e professionali solleva una questione cruciale per chi si occupa di orientamento: quali aspetti della mediazione umana sono realmente sostituibili e quali rimangono irriducibilmente legati alla presenza della persona? È qui che emergono tre dimensioni fondanti dell’orientamento che nessun algoritmo può replicare: l’immaginazione, l’etica e la cura. Esse costituiscono la trama su cui si innesta l’atto orientativo come pratica trasformativa e non come semplice fornitura di informazioni.

Immaginazione

Le macchine sono straordinarie nel processare pattern esistenti e generare proiezioni probabilistiche, ma rimangono legate a ciò che è già avvenuto o è stato modellizzato nei dati. L’essere umano, invece, dispone della capacità di immaginare scenari inediti, di pensare l’impensato, di costruire possibilità che non derivano direttamente dal passato ma da un atto creativo. È in questa capacità di visione che l’orientatore accompagna i soggetti verso futuri possibili: non futuri predetti, ma futuri inventati. Secondo Arjun Appadurai (The Future as Cultural Fact, 2013), l’immaginazione non è un lusso individuale, ma una competenza sociale che permette alle persone di progettare e riprogettare la propria traiettoria di vita. L’IA non può fare questo salto qualitativo: può stimolare con dati e scenari, ma il lavoro dell’orientatore è aiutare la persona a trasformarli in immaginazione generativa.

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Etica

Le scelte di vita e professionali non sono mai neutre. Decidere un percorso di studi o una carriera implica valori, visioni del mondo, responsabilità verso sé stessi e verso gli altri. Le macchine, per definizione, operano sulla base di criteri ottimizzativi, difficilmente compatibili con la complessità delle decisioni etiche. È compito dell’orientatore aiutare i soggetti a interrogarsi non solo su ciò che “conviene” o su ciò che “è richiesto dal mercato”, ma anche su ciò che è giusto, sostenibile, coerente con i propri valori. In questo senso, l’orientamento si configura come pratica deliberativa ed etico-politica (Nussbaum, Creating Capabilities, 2011), nella quale la persona viene accompagnata a pensarsi non solo come lavoratore, ma come cittadino e come essere relazionale. L’etica diventa il terreno che distingue radicalmente l’agire dell’orientatore da quello di un algoritmo, incapace di offrire un orizzonte di senso morale.

Cura

Infine, l’orientamento è una relazione di cura. Non si tratta semplicemente di fornire risposte, ma di accompagnare un processo, di stare accanto alla persona nelle sue esitazioni, nelle sue paure, nelle sue fragilità. La letteratura pedagogica e psicologica sottolinea come la cura sia una dimensione costitutiva delle relazioni educative (Tronto, Moral Boundaries, 1993). L’orientatore non cura nel senso medico, ma nel senso di prendersi a cuore l’altro, di creare uno spazio di fiducia e di ascolto radicale. Nessuna IA, per quanto avanzata, può sostituire l’esperienza incarnata di uno sguardo, di un silenzio condiviso, di un gesto che comunica sostegno. La cura è sempre situata, contestuale, unica, e nasce dalla capacità empatica e responsiva di un essere umano verso un altro.

In queste tre dimensioni – immaginazione, etica e cura – si colloca l’irriducibile umano dell’orientamento. Esse non negano l’utilità dell’IA, che può costituire un alleato prezioso per fornire dati, stimoli e scenari. Ma ricordano che la funzione dell’orientatore non è quella di competere con la macchina sul terreno delle informazioni, bensì di presidiare il territorio in cui l’umano eccede l’algoritmico. Solo in questa prospettiva l’orientamento potrà continuare a svolgere il suo ruolo di pratica di emancipazione, trasformazione e progettazione esistenziale.

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Percorsi trasformativi: esperienze che vanno oltre l’informazione

Per molto tempo l’orientamento si è concentrato sul fornire informazioni: illustrare percorsi di studio, elencare professioni, trasmettere dati sul mercato del lavoro. Questo approccio poteva essere sufficiente in un’epoca in cui l’accesso alle fonti era limitato. Oggi, però, qualsiasi persona può ottenere con facilità – attraverso motori di ricerca o sistemi di intelligenza artificiale – schede aggiornate su corsi universitari, descrizioni di ruoli emergenti o statistiche di occupazione. La funzione informativa, da sola, non è più sufficiente a giustificare l’esistenza di un percorso di orientamento.

Ciò che differenzia l’orientatore dalla macchina è la capacità di accompagnare la persona in un processo trasformativo. Questo significa che l’orientamento non si limita a mostrare “cosa esiste”, ma diventa un’esperienza in cui l’individuo rielabora la propria storia, sperimenta nuovi punti di vista e immagina scenari futuri inediti. La trasformazione nasce quando l’informazione si intreccia con emozioni, vissuti e riflessioni critiche, generando un cambiamento nel modo di percepire sé stessi e le proprie possibilità.

Tradurre questa prospettiva in pratica richiede la progettazione di esperienze concrete. Un esempio è il laboratorio di scenari futuri: i partecipanti ricevono stimoli dall’IA sotto forma di trend e dati sulle professioni emergenti, ma non si fermano a leggerli. L’orientatore li guida a trasformare queste informazioni in narrazioni personali, ad esempio immaginando e descrivendo una “giornata tipo” in un futuro lavoro. In questo modo il dato quantitativo si trasforma in materiale per l’immaginazione e per la riflessione identitaria.

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Un altro dispositivo utile è la simulazione. L’IA può assumere il ruolo di interlocutore in un colloquio di lavoro o di simulatore di contesto professionale, ma è l’orientatore che costruisce l’ambiente di apprendimento, facilita la riflessione e aiuta a collegare ciò che emerge all’esperienza personale del partecipante. L’attività non serve solo a “provare un ruolo”, ma a generare consapevolezza su emozioni, risorse, punti di forza e margini di crescita.

Infine, i percorsi trasformativi possono includere momenti di immersione nel mondo reale: visite in aziende, interviste a professionisti, esplorazioni guidate di comunità innovative. Anche qui l’IA può offrire un supporto organizzativo o preparatorio (schede informative, profili professionali), ma il cuore dell’esperienza rimane nell’incontro diretto e nella rielaborazione collettiva che l’orientatore attiva.

In sintesi, i percorsi trasformativi non si misurano sulla quantità di informazioni trasmesse, ma sulla qualità delle domande che riescono a generare e sul grado di consapevolezza che lasciano. L’orientatore, più che un fornitore di dati, diventa un costruttore di esperienze che permettono alla persona di guardarsi da nuove angolature e di immaginare possibilità mai considerate prima.

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Narrazione e identità: il potere delle storie personali

Ogni processo di orientamento si radica inevitabilmente in una dimensione narrativa. La persona che si orienta non è solo un insieme di competenze, di attitudini e di interessi, ma soprattutto un soggetto che porta con sé una storia, fatta di passaggi biografici, di ricordi, di scelte, di successi e di fallimenti. La narrazione ha la funzione di dare coerenza a frammenti che altrimenti rimarrebbero isolati e di permettere alla persona di riconoscere un filo conduttore che attraversa esperienze apparentemente distanti.

L’intelligenza artificiale può generare testi fluidi e simulare racconti, ma non può vivere né restituire l’autenticità della memoria personale. Solo un essere umano, attraverso il racconto della propria esperienza, può attivare significati profondi e riconoscere come le vicende del passato dialoghino con le possibilità del futuro. Per questo, l’orientatore che mette al centro la narrazione lavora su un piano che la macchina non può replicare: quello del senso.

La costruzione narrativa dell’identità non è un esercizio estetico, ma un atto di consapevolezza. Raccontare chi si è significa scegliere quali episodi valorizzare, quali silenzi mantenere, quali nodi interpretare diversamente. Questo processo, accompagnato da uno sguardo competente e da un ascolto attento, permette di trasformare la percezione di sé: non più semplice somma di esperienze, ma identità in continua evoluzione. La narrazione diventa così lo strumento attraverso il quale la persona prende coscienza del proprio potenziale e si autorizza a immaginare percorsi futuri coerenti con i propri valori e desideri.

Tradurre questa dimensione in pratica richiede strumenti che facilitino l’esplorazione autobiografica. Una possibilità è la costruzione di una timeline personale, in cui i partecipanti disegnano e raccontano le tappe più significative della loro vita formativa e professionale, collegando momenti di svolta a emozioni e apprendimenti. L’attività non ha l’obiettivo di ricostruire fedelmente il passato, ma di rileggere la propria traiettoria alla luce di ciò che si vuole diventare.

Un’altra modalità è la creazione di un portfolio narrativo, che non raccoglie solo titoli e certificazioni, ma integra racconti di esperienze, progetti, passioni e intuizioni. Attraverso la guida dell’orientatore, questo portfolio diventa uno strumento per presentarsi non come “chi ha fatto” ma come “chi è in grado di essere”.

Infine, i laboratori di storie di futuri possibili permettono di estendere la narrazione verso l’avvenire. Ai partecipanti si propone di scrivere, disegnare o raccontare una versione di sé proiettata nel futuro, descrivendo una giornata, un progetto o una scelta di vita. Questo esercizio, che può essere preparato con l’ausilio dell’IA per fornire stimoli sui trend futuri, acquista valore nel momento in cui l’orientatore facilita la riflessione: quali emozioni emergono da questa proiezione? Quali desideri vengono messi a fuoco? Quali nuove domande si aprono?

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Attraverso la narrazione, l’orientamento diventa uno spazio in cui la persona costruisce il proprio senso di continuità e di possibilità. Non si tratta semplicemente di informare su opportunità esterne, ma di favorire un processo in cui la biografia personale diventa la chiave per immaginare e progettare il futuro. In questo ambito, l’IA può fungere da supporto, ma il nucleo della trasformazione rimane irriducibilmente umano: la capacità di raccontare e di riconoscersi in una storia.

In questa prospettiva la narrazione non è solo uno strumento di consapevolezza, ma diventa anche la base per il dialogo con l’intelligenza artificiale. Una volta che la persona ha chiarito la propria identità e i propri desideri attraverso il racconto, può tradurre questa consapevolezza in domande da porre alla macchina. L’orientatore, allora, non si limita ad ascoltare storie, ma insegna anche a trasformarle in input: “come può l’IA aiutarmi a esplorare scenari coerenti con ciò che ho raccontato di me?”, “quali percorsi di apprendimento esistono per alimentare le mie passioni?”.

In questo modo la narrazione non resta autoreferenziale, ma diventa un ponte: un linguaggio intimo che si apre a strumenti esterni e digitali. È proprio in questo passaggio – dall’autonarrazione al prompting – che si vede la nuova centralità dell’orientatore.

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